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Impollinazione di leguminose da granella : la cicerchia

Immagine di una coltivazione
Immagini della rassegna fotografica dell'impollinazione
In un momento in cui l’agricoltura, in generale, è mortificata per i bassi prezzi dei prodotti e, di contro, per gli elevati costi di produzione, vedere un giovane che si avventura e che perfino scommette nel recupero di colture largamente in disuso, ci risolleva un poco il morale. In fondo, noi consumatori, di cosa abbiamo bisogno? A parte le aberrazioni moderniste ci occorrono sempre le stesse cose fondamentali come il mangiare, il vestire, il confort casalingo, ecc.

Gran parte di queste cose vengono direttamente dall’agricoltura, allora i produttori che debbono fare? Certamente, non la lotta di Don Chisciotte contro i mulini a vento ma, secondo me, debbono fare le cose di sempre, ammodernando i processi produttivi per renderli più economici e quindi remunerativi.
Alle volte per raggiungere l’obiettivo occorre ricominciare da capo eliminando il vecchio sostituendolo con il nuovo, nella produzione, trasformazione e commercializzazione. Si potrebbero fare molti esempi in vari campi, oleario, vitivinicolo, ortofrutticolo in cui questa strategia ha dato dei buoni risultati, venendo incontro alle esigenze del consumatore che richiede qualità alta e prezzi bassi e contemporaneamente assicurando un reddito accettabile al produttore.
Altre volte, come nel caso di cui parleremo, la scommessa sta nel riproporre vecchie produzioni ormai sconosciute alle giovani generazioni, fornendo anche le adeguate istruzioni per il consumo, fermo restando il fattore qualità.
Su un terreno collinare a quattrocento metri di quota, leggermente declivo, nell’entroterra trapanese, in un vasto podere porzione di un antico feudo di cui rimane a testimonianza un baglio ottocentesco, si coltivano, in regime biologico, delle leguminose, fave, lenticchie, ceci e, ecco la novità che viene dal passato, anche le cicerchie; in appezzamenti contigui per una superficie totale di due ettari e mezzo
Mentre le fave vanno, per la maggior parte, direttamente al mercato del fresco, gli altri prodotti vengono raccolti e commercializzati come granella.
Il mercato locale ha mostrato di apprezzare queste produzioni in particolare le cicerchie che vengono proposte accompagnate da un’antica ricetta per la loro preparazione. Queste coltivazioni hanno sofferto negli anni precedenti per una bassa resa e quindi per alti costi di produzione.
Il problema colturale è consistito nel massimizzare la produzione, ferme restando le tecniche agronomiche, epoca di semina, densità di piante, eventuale irrigazione di soccorso e si è voluto agire sull’impollinazione utilizzando le api.
Gli alveari sono stati portati sul campo a fioritura da poco in atto dopo avere sfalciato gli appezzamenti limitrofi incolti, per evitare la concorrenza di piante spontanee più appetibili per le api quali la sulla, alcune brassicacee, il cardo, ecc.
Dall’osservazione di campo già si possono fare delle deduzioni, facendo un confronto nelle rese delle diverse varietà.
L’allegagione delle fave è stata insufficiente come si vede dai baccelli che contengono pochi semi, in media meno della metà del potenziale; questo non deve meravigliare considerando che le api non erano presenti durante la fioritura delle fave, il dato ci può servire come riferimento orientativo per le altre colture.
Le api hanno frequentato bene le cicerchie per le quali si può considerare il raddoppio dell’allegagione valutando il numero di baccelli sulle piante e si registra un incremento del 30% della produzione di granella rispetto agli anni precedenti. Le lenticchie sono state poco frequentate, anche se il fiore è più aperto e quindi, in teoria, più facilmente accessibile rispetto a quello delle cicerchie la cui fioritura è concomitante; evidentemente la pianta delle lenticchie offre di meno in nettare e polline alle api.
Allo scopo di verificare questa ipotesi si è progettato per il prossimo anno di separare geograficamente le colture forzando le api all’impollinazione di ogni singola coltura.
Per quanto riguarda i ceci non si notano differenze significative.
Sono stati utilizzati, nella stessa postazione, sia 8 alveari pronti per la produzione che 5 sciami in accrescimento,  tutti rigorosamente condotti a Spazio Mussi©, entrambi i gruppi si sono avvantaggiati del pascolo e, al termine della fioritura, gli alveari completi hanno prodotto un melario di miele ciascuno mentre gli sciami, travasati in itinere, si sono portati a famiglia completa costruendo da tre a quattro fogli cerei ciascuno. Il rendimento degli alveari in miele è stato scarso, in confronto ad altre fioriture, mentre l’estensione della covata e la popolazione degli alveari si sono mantenute alte, come tipicamente avviene in conseguenza di un raccolto debole ma continuo.
In quello che si è realizzato, come riferito, non ci sono certamente delle novità per gli apicoltori eppure quando sentiamo e leggiamo di trattamenti antiparassitari, tanto dannosi quanto inutili, applicati alle colture in fioritura ci rendiamo conto di quanta ignoranza ancora rimane; l’istruzione è come il mangiare, occorre rinnovarla quotidianamente perché anche l’ignoranza nasce quotidianamente, assieme alle persone.

Vincenzo Stampa