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Suggerimenti agli apicoltori per adottare lo Spazio Mussi

Cari colleghi apicoltori, sono venuto a conoscenza del metodo SPAZIOMUSSI ®, in occasione di Apimondia 2003, nello stesso autunno dopo una prima sperimentazione su pochi alveari, circa una dozzina, mi convinsi che lo Spazio Mussi era proprio quello che mancava alle api per difendersi dalla varroa.
L’adozione del metodo Spazio Mussi, a partire dalla primavera del 2004, non fu, certo, un’adesione di tipo ideologico ma, la conseguenza di un risultato tangibile e sopratutto MISURABILE: le api in questa nuova condizione si difendono dalla varroa !
Le misurazioni settimanali delle cadute ci dicono che, in alveari a Spazio Mussi, le cadute spontanee sono di circa cinque volte superiori a quelle in un alveare a Spazio Dadant e, cosa molto importante, sono continue.
Questo continuo stillicidio sulla popolazione della varroa porta ad un abbattimento generalizzato del livello d’infestazione tale che non è necessario intervenire con trattamenti di contenimento.

Naturalmente niente è gratis e, a costo di essere noioso, non mi stancherò mai di ripetere che è l’apicoltore deve imparare dalle api e non viceversa.
 
Per capire cosa bisogna fare, per prima cosa occorre considerare che le esigenze delle api non cambiano ma, nella nuova situazione, vi è un adattamento di cui occorre tenere conto.
In termini pratici lo Spazio Mussi significa una maggiore distanza tra i favi misurabile in una volta e mezzo superiore allo spazio Dadant e ciò comporta che, per tenere sotto controllo le condizioni micro-climatiche dell’alveare occorre una maggiore quantità di api nello spazio interfavo.
Questa semplice e perfino banale considerazione porta a modificare le abitudini dell’apicoltore, la sua conduzione deve essere più attenta alle esigenze degli alveari per cui deve mettere in campo quei piccoli accorgimenti che favoriscono la vita delle api nella nuova situazione.

Cose da fare
La scelta del momento più adatto al travaso dallo spazio Dadant allo Spazio Mussi deve corrispondere al momento in cui gli alveari hanno già l’attitudine a produrre della cera, necessaria all’accrescimento dei favi nella parte superiore, per ripristinare lo spazio d’ape tra i traversi dei favi.
L’alveare deve essere forte, e qui bisogna intendersi sul concetto di forte; per me ed anche per le api significa che tutti i favi sono coperti dalle api adulte, anche uno sciame su tre o quattro favi può essere forte se viene rispettata questa condizione.
Il travaso comporta necessariamente una riduzione del numero dei favi, in quanto le api devono andare ad occupare il maggiore spazio interfavo, la completa occupazione fisica dello spazio è condizione indispensabile al controllo del micro-clima dell’alveare. Per avere un indirizzo pratico su quanti favi sottrarre è sufficiente dividere per 1,5 il numero dei favi che lo sciame occupa prima del travaso, così si  ottiene il numero dei favi da tenere dopo il travaso; ad esempio uno sciame forte su cinque favi si porterà su 5/1,5 = 3,3 favi che approssimato per difetto significa tre favi a  Spazio Mussi.
Naturalmente è molto utile, anzi indispensabile, l’uso del diaframma mobile che ci serve, oltre che a limitare lo spazio all’interno dell’arnia, a capire in base al numero di api che lo ricoprono, insieme ad altri segnali che le api ci danno, quando concedere altro spazio allo sciame travasato.
E qui arriviamo ad un punto importante, la concessione dello spazio, è indispensabile essere estremamente tirchi o prudenti, se volete, infatti concedere un favo a Spazio Mussi corrisponde a concederne da uno e mezzo a due favi a spazio Dadant e, se non ci sono api a sufficienza, si rischia di creare una zona di scompenso micro-climatico all’interno dell’alveare.
Io opero in Sicilia e più precisamente in provincia di Trapani, per questa area geografica, Il numero massimo di favi sufficienti ad un alveare a Spazio Mussi è di sette.
A questo proposito trovo molto utile bloccare l’alveare sui sette favi centrali completando con due diaframmi mobili a destra e a sinistra.
In queste condizioni l’alveare produce e si comporta, sotto ogni aspetto, come un alveare a dieci favi Dadant.
La regina deve essere sempre efficiente per assicurare un giusto ricambio di api, in particolare in autunno, per fornire le api necessarie all’invernamento.
Nella conduzione degli alveari a Spazio Mussi gli errori di valutazione dell’apicoltore hanno un effetto negativo maggiore che negli alveari a spazio Dadant, in conseguenza gli interventi devono essere più tempestivi, più oculati, improntati alla massima prudenza e più rispettosi delle indicazioni che le stesse api ci suggeriscono.
Purtroppo nessun metodo di lotta alla varroa ci mette al riparo dalle reinfestazioni che sono sempre possibili, in modo massiccio o latente,  all’interno di una vasta area dove ci sono alveari trascurati o malamente accuditi.
Anche per questo c’è un rimedio.
Mi rifaccio all’esperienza del favo trappola di Campero che, adottato tantissimi anni or sono, ha funzionato benissimo in provincia di Trapani anche perché è stato adottato in contemporanea da tutti gli apicoltori indistintamente, portando quasi a zero la mortalità degli alveari per varroa.
Tutti, in ogni regione d’Italia, possono testimoniare lo stesso risultato positivo, con qualsiasi metodo di lotta alla varroa quando  gli interventi di controllo e risanamento sono stati condotti seguendo un piano coordinato e concordato nei tempi e nei modi all’interno di una stessa area geografica.
In conclusione, il vantaggio di non dovere più manipolare schifezze chimiche di varia natura, la produzione di un miele più genuino, la perfetta corrispondenza alle esigenze di una conduzione biologica, il mantenimento del livello produttivo, giustificano ampiamente la conduzione più puntuale ed attenta, alle esigenze degli alveari, come richiesta dallo Spazio Mussi.

Vincenzo Stampa